Odio il capodanno, di Antonio Gramsci

Odio il capodanno, di Antonio Gramsci: questo scritto di Gramsci, intitolato “Odio il Capodanno” e pubblicato per la prima volta il  1 gennaio 1916 sull’ edizione torinese dell’ Avanti!, è diventato un appuntamento fisso del Capodanno, in migliaia infatti ogni anno lo ricondividono, non potevamo mancare neanche noi, per diverse ragioni, la prima è ovviamente la grande attenzione che riponiamo su questo blog negli scrittori e nei pensatori sardi; la seconda è che quest’anno, in occasione del 125° anniversario della nascita (22 gennaio 2016) e dell’ottantesimo anniversario dalla sua scomparsa (27 aprile 2017) ricorre l’Anno Gramsciano;  la terza è la modernità che traspare sempre dagli scritti del politico di Ales, non per nulla ancora oggi tra i filosofi politici più studiati al mondo. Ci sono passaggi in questo pezzo che fanno invidia ai più moderni guru contemporanei, a volte non c’è  bisogno di guardare per forza oltre oceano, allo Steve Jobs di turno, abbiamo nella nostra storia delle menti fantastiche da riscoprire.

In particolare Gramsci ci invita ad abbandonare le nostre vite troppo grigie e addormentate – il “travettismo” descritto nel testo gramsciano deriva dal nome del protagonista di “Le miserie di Monsù Travet”, una commedia dello scrittore Vittorio Bersezio che diviene simbolo  de “l’atteggiamento proprio di chi, appartenendo a un ceto impiegatizio di basso livello, in particolare dell’amministrazione pubblica, rivela scarso entusiasmo, iniziativa, personalità, mancanza di motivazioni” – , di smetterla di appiattirsi su una data elevata a luogo comune per fare un bilancio consuntivo della propria vita. Gramsci ci invita bensì a fare ogni giorno, ogni mattino, i conti con noi stessi, a non procrastinare un’analisi su ciò che abbiamo fatto e che su ciò che invece potremmo dare. Un invito da cogliere al volo.

Vi lascio allo scritto integrale di Gramsci:

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Ecco, a voler essere pignoli Gramsci non è stato granché come futurologo, almeno nell’ultimo passaggio, lui si aspettava il compimento del socialismo, ci siamo trovati con Napolitano, Renzi e Gentiloni.

Foto copertina di Eugenio_Hansen.

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